
Il vecchio dittatore si mostra televisivamente indignato perchè la poca informazione che ancora ha spazio nel paese ha pubblicato la sentenza con cui Mills fu condannato per la questione “all Iberian“.
Lui, ci dice, non ha corrotto nessuno e i 600 mila dollari erano solo “il normale onorario per un avvocato”. Se la prende con i magistrati “militanti” e con la stampa, arrivando ad invitare la giornalista Claudia Fusani ad allontanarsi dalla conferenza stampa, per avergli chiesto di rinunciare al Lodo-Alfano e “farsi processare”. Gli strali di Berlusconi erano già stati lanciati ieri, quando sul “Sole 24 ore” è stato pubblicato l’elenco delle proprietà della famiglia Letizia, in particolare è stato reso pubblico che Noemi - la ex minorenne che chiama papi Berlusconi e che intrattiene con lui rapporti non ben precisati- ha intestati sei appartamenti a Napoli.
Papi non ci sta. Non vuole che si sappia che ha corrotto Mills, non vuole che si sappia che “non sta bene” e che “frequenta le minorenni”. Le veline “non sono mai esistite” dice, esibendo la stessa sicurezza con cui, quando si era saputo che le gemelle De Vivo (anch’esse napoletane) si erano intrattenute per un’ora a Palazzo Grazioli con lui, aveva detto “mai viste nè conosciute”.
Il piccolo, ricchissimo mentitore di professione dimostra di essere finora stato in grado di comprare chiunque: donne, “bravi genitori”, silenzi, false testimonianze, interi partiti, linee politiche opposte, magistrati, capi della forza pubblica e giornalisti. Sono solo i suoi soldi a spiegare la ragione per cui tutti, da La Russa ai Leghisti (che hanno fortemente cambiato idea su di lui), difendono con tanta veemenza un capo dell’esecutivo su cui aleggia il sospetto di pedofilia (”magari fosse sua figlia!” aveva detto Veronica sulla vicenda papi-Noemi) e di cui la magistratura ha accertato che è un corruttore.
Non si capisce (o si capisce con i soldi di Berlusconi anch’essa) la colpevole reticenza di Napolitano che tiene una condotta totalmente inadeguata per un presidente della Repubblica che diviene consapevole delle macchie che, da anni ormai, infangano il buon nome della nazione per colpa del presidente del consiglio.
E mentre gli uomini di governo attuano repressione verso ogni forma di dissenso, da quello degli studenti operai italiani, che non sono contenti dei piani aziendali che FIAT intende attuare, promettendo ai tedeschi di Opel che saranno solo le aziende italiane a chiudere, ma loro no, Berlusconi si dibatte, minaccia, promette punizioni esemplari, giura sulla testa dei suoi figli (come aveva già fatto) che lui è estraneo a tutto. Che è innocente come un neonato. Così come aveva promesso che avrebbe messo a disposizione dei terremotati abruzzesi le sue case, che avrebbe creato un milione e mezzo di posti di lavoro, mentre il frutto della sua politica è stata un milione e mezzo di disoccupati, cassaintegrati, precarizzati, messi in mobilità e/o depauperizzati da una crisi economica creata da Berlusconi e da quelli come lui. universitari a quello di
Ma in un’Italia zeppa di contraddizioni e di gente che non fa il suo dovere, pur essendo profumatamente pagata per farlo ci sono delle eccezioni. Con il sistema scolastico a pezzi, una Mariastella-incompetente-Gelmini che distrugge cio’ che resta del sistema della pubblica istruzione italiana, c’è una scuola pubblica che può mandare le scolaresche in crociera: la scuola di Noemi, la neo-maggiorenne famosa per chiamare papi il presidente del consiglio. Con la figlia di papi al seguito, naturalmente.



La sensazione ormai, è che siamo davvero messi male.
Cioè, dico, stavamo mica messi bene tempo addietro, ma la deriva è aumentata e non poco, i miei sentimenti e le mie sensazioni sono peggiorate.
Parlo dell’impotenza, della disfatta, del non sentirsi parte di questo mondo. Non so quali altre parole trovare per descrivere come vivo questo preciso momento storico…un periodo di crisi ma non della crisi che ormai ci sbattono quotidianamente sui mezzi di disinformazione di massa.
Che poi che cazzo di crisi è? La solita! Una crisi in cui alcuni grandi riescono oltre che ad accaparrarsi i “capitalisti caduti”, si fottono anche le poche ricchezze rimaste al popolino, come sempre.
La crisi è proprio nostra, degli uomini. Ci spogliano pian piano di tutto, e noi non ce ne accorgiamo.
Le banche prendono, le imprese medio grandi prendono, noi continuiamo a prenderlo underposto. Perché noi dovremmo pagare in ogni modo questa “crisi”? E’ giusto così? Ci siamo fatto impupire proprio tanto, suppongo. Eppure in altri paesi europei sembrano esserci delle reazioni popolari, anche di bassa intensità ma ci sono. Noi niente di niente.
Ieri al senato italico, addirittura hanno posto le basi per far si che a tutti sia imposta nelle strutture sanitarie l’alimentazione forzata. Ora, non so se ce ne siano altri, ma penso che nell’emisfero occidentale noi siamo l’unico paese che da’ peso alla fede cattolica ed impone a tutti regole e morali. Anche per questo dovremmo invadere le piazze.
Dove ce la mettiamo la libertà di scelta? Ormai questa pseudo-libertà è rimasta solo per far compere…eppoi eppoi…qua finisce anche la moneta ai più, così non avremo più nemmeno questa libertà consumistica. Andremo diritti verso il dentifricio sottomarca, l’abito a buon prezzo, il cibo più scadente, mentre lor signori, quelli che hanno ed avranno, mangeranno il “nostro” biologico, continueranno a vestir bene e così via….
Ma vogliamo farci la nostra bella lotta di classe? Dalla parte opposta del fronte non l’hanno mica dimenticata e lasciata agli anni ’70 tra la polvere. Continuano imperterriti a farla, a farcela. E noi nada de nada. Guardate che non c’è da spaventarsi, quella che chiamo lotta di classe, riportata ad oggi potremmo chiamarla “fare i nostri interessi”…fare i nostri interessi! Questo dovrebbe essere più attuale no?
Perché vedete, i banchieri fanno i loro interessi…i padroni, pardon, gli imprenditori medio-grandi fanno sempre i loro interessi…i politici fanno i loro interessi facendo anche quelli dei banchieri e degli imprenditori….
Ed i lavoratori? I lavoratori e chi il lavoro non ha?
Niente da fare ragazzi. Penso che non ci sia nulla da fare. Cioè, non voglio dire che è impossibile cambiare lo stato delle cose, ma le possibilità sono mooolto scarse. Non voglio fare percentuali e cifre, ma è di sicuro un numero moolto basso.
La paura, il conformismo, la mistificazione delle realtà attraverso i mezzi di disinformazione di massa, il terrorismo degli stati, la violenza legale degli stati...
Abbiamo poche alternative amici…

Il flusso di immigrati sionisti in Palestina nel 1930 fu determinato da due cause principali: le persecuzioni nazi-fasciste e la degradazione delle condizioni di vita degli ebrei anche nei paesi d’Europa non toccati direttamente dalle persecuzioni. In questo contesto le organizzazioni sioniste si incaricarono di canalizzare l’emigrazione verso la Palestina.
Qui sarebbe il caso di parlare di un problema tra i più discussi tra gli storici ma sconosciuto ai più e cioè se sia effettivamente esistito un accordo segreto denominato in codice HAAVARA (trasferimento) fra il Reich hitleriano e l’Agenzia Ebraica per facilitare l’emigrazione in Palestina degli ebrei tedeschi.
Il documento sembra sia esistito ma la propaganda ufficiale tende ad addebitare alle frange estremistiche del sionismo i tentativi di utilizzare gli stessi programmi anti-ebraici nazisti per canalizzare la fuga degli ebrei europei terrorizzati verso la Palestina. Ancora oggi, in Israele, la polemica non si è ancora placata.
Il primo luglio 1989 il Jerusalem Post ha pubblicato un documento segreto datato 11 gennaio 1941, momento culminante della guerra e della persecuzione contro gli ebrei, relativo ad un contatto fra l’organizzazione estremistica sionista che faceva capo a Abraham Stern (una delle matrici ideologiche che governa attualmente in Israele) e l’ambasciata tedesca in Turchia, per sollecitare “l’attiva cooperazione” germanica all’emigrazione ebraica in Palestina (LHI, ideologia e politica; Les archives secrètes de la Wilhelmstrasse; documenti uno israeliano e l’altro francese con accenni a una politica nazista compiacente verso il sionismo).
Un telegramma-circolare del ministero degli esteri tedesco datato 22 giugno 1937 diceva per esempio :<< questa misura tedesca, dettata da considerazioni di politica interna, favorisce virtualmente il consolidamento del giudaismo in Palestina e accelera la formazione di uno stato ebraico >>. Un altro documento del 27 gennaio 1938 a firma di un consigliere di legazione di nome Clodius riferiva :<< la questione dell’emigrazione verso la Palestina degli ebrei tedeschi è stata nuovamente risolta da una decisione del Fuhrer, nel senso della sua continuazione >>.
Dal libro di Lenni Brenner (Zionism in the age of dictators) si legge che il partito sionista era l’unico partito nella Germania nazista che godeva di un certo grado di libertà e poteva pubblicare anche un giornale. In un incontro del 1938 tra sionisti laburisti inglesi David Ben Gurion dichiarava <<se sapessi che è possibile salvare tutti i bambini in Germania portandoli in Inghilterra e che se ne salverebbero soltanto la metà se li si trasportasse in terra d’Israele, opterei per la seconda alternativa>>.
Ma altresì decisivo per accelerare l’afflusso degli ebrei europei in Palestina fu anche l’atteggiamento di molti paesi che chiusero le porte ai profughi ebrei che fuggivano dall’Europa nazista: la Francia, il Belgio e gli Stati Uniti proibirono l’immigrazione ai fuggiaschi dall’Europa occupata.
Dall’altra parte, l’Organizzazione sionista mondiale, dal 1933 al 1935, rifiutò due terzi dei certificati per l’immigrazione richiesti da tutti gli ebrei tedeschi per ostacolare una certa emigrazione che inizialmente non era interessata a quella che invece era l’unica speranza: la Terrasanta, la Palestina; il mondo non lasciò alternativa.
Vorrei chiudere con un invito di una giornalista, Judy Andreas, rivolto ai suoi fratelli ebrei <<...è assolutamente necessario che gli ebrei si rendano conto che sono stati traditi dai sionisti che hanno continuato ad utilizzare il giudaismo per nascondervisi dietro. Effettivamente, esaminando e prendendo in considerazione attentamente tutti i dettagli, la dolorosa realtà è che è stato il Sionismo che ha letteralmente mandato gli ebrei europei nelle viscere dell’olocausto. Un velo d’incredulità offusca gli occhi di molti ebrei. Questo è perché la meschina storia del sionismo è stata così efficacemente soppressa. La pletora di film sull’olocausto e delle accuse di antisemitismo hanno lasciato gli ebrei impauriti e tremanti. Quante di queste persone sono consapevoli del fatto che i sionisti collaboravano coi nazisti?>>

UN PICCOLO IMPREVISTO
Ma nella storia, a volte bisogna tener conto anche dell’imprevisto, infatti pochi giorni dopo la firma della dichiarazione di Balfuor, in Russia avvenne la Rivoluzione d’Ottobre. Uno dei primi atti del governo dei Soviet fu quello di invalidare tutti gli accordi fatti fino ad allora “alle spalle dei popoli”, fino a rendere pubblici gli accordi sulla spartizione della Palestina, accordi che contraddicevano le promesse fatte agli arabi.
Fu così che il mondo arabo venne a conoscenza dell’inganno delle potenze europee. La Palestina, è giusto ricordarlo, come regione naturale era sempre stata unita alla Siria e alla Transgiordania (la parte di Palestina sita a oriente del fiume Giordano, attuale Giordania), un’area desertica, disabitata e percorsa da poche tribù nomadi.
Dall’ottobre del 1918 la Transgiordania faceva parte dello Stato instaurato in Siria dagli inglesi dopo la conquista di Damasco. Ma nel 1919 gli inglesi si ritirarono dalla Siria arretrando nella Transgiordania che passò ovviamente sotto controllo dell’esercito di Sua Maestà.
Nel 1920 l’alto commissario britannico a Gerusalemme separò la Transgiordania dalla Palestina facendone un’entità politica autonoma per poi divenire, nel 1922, sempre “grazie” al governo inglese, un territorio “indipendente” che insieme agli altri Stati “artificiali” rispondeva unicamente agli obiettivi della dominazione britannica: difesa e controllo della Palestina, dare una certa continuità territoriale ai suoi protettorati (Iraq, Palestina e Transgiordania) per farne un corpo unico e garantire le comunicazioni oltre che per permettere la costruzione di un oleodotto dall’Iraq al porto palestinese di Haifa.
Così gli inglesi trasformarono l’occupazione militare della Palestina in un protettorato e il protettorato divenne in pratica un “condominio” anglo-sionista, cercando di usare l’immigrazione ebraica di massa per rovesciare l’equilibrio demografico e facilitando l’acquisto di terre per cambiare l’equilibrio della proprietà.
Gli inglesi praticarono verso gli arabi una politica di impoverimento con imposte sui piccoli contadini per costringerli a vendere la terra, facendo partecipare gli immigrati ebrei all’amministrazione civile e trasformando gradualmente gli organismi sionisti in uno stato nello stato, ovviamente negando agli arabi gli stessi diritti. Sotto la protezione britannica l’invasione sionista proseguì a ritmo accelerato ma incontrò un primo ostacolo: la proprietà della terra.
La strategia sionista, inizialmente e in maniera semplicistica, era fondata sulla superiorità del denaro e sull’acquisto puro e semplice della Palestina. Negli anni ’20 e ’30 la lotta per la terra divenne il fulcro dello scontro in Palestina. I sionisti acquistavano le terre a qualsiasi prezzo ma solo alla condizione che fossero vuote dei loro abitanti. Riuscirono però ad ottenerle solo dai ricchi proprietari palestinesi residenti prevalentemente fuori dalla Palestina e sicuri di non sparire socialmente. La maggior parte dei contadini arabi difese la propria terra rifiutando di venderne nemmeno una zolla, la terra era la vita per loro. In pratica, l’acquisizione delle terre fallì.
La politica di apparente equidistanza tenuta dagli inglesi nei confronti degli arabi e dei sionisti fu nella realtà sfacciatamente a favore di questi ultimi.
Gli ebrei residenti in Palestina nel 1920 erano meno di 60.000 contro oltre 850.000 arabi, gli inglesi tuttavia riconobbero la lingua ebraica come lingua ufficiale del paese al pari dell’arabo; l’amministrazione britannica rivendicò dai contadini palestinesi il saldo dei prestiti che avevano avuto dalle banche turche prima della guerra confiscando il loro bestiame quando non riuscivano a pagare, allo scopo di spingerli a vendere la terra ai sionisti.
La stessa amministrazione inglese concesse gratuitamente gran parte delle proprietà demaniali all’organizzazione sionista e diede loro il diritto di sfruttare i sali e i minerali del Mar Morto, affidando ad imprese sioniste la concessione per lo sfruttamento dell’energia elettrica.
Le leggi militari britanniche condannavano alla pena capitale qualsiasi arabo in possesso di armi, perfino di un coltello, mentre gli stessi militari inglesi addestravano le organizzazioni militari sioniste aiutandole alla costruzione e alla fortificazione delle loro colonie.
Le poche riforme promesse agli arabi non furono mai realizzate. Sono le cifre a parlare.
IL SIONISMO
Come avevo detto, il 1869 fu l’anno di apertura del canale di Suez ma anche l’anno della prima scuola ebraica in Palestina. Inizialmente furono ricchi europei che finanziarono a titolo personale piccoli gruppi di ebrei desiderosi di trasferirsi in Palestina. Nel 1878 fu fondata la prima colonia agricola ebraica, a Petah Tikva. Quattro anni dopo fu il barone Edmond De Rothschild, uno dei grandi finanziatori del canale di Suez e più tardi pioniere del petrolio medio-orientale, che prese l’iniziativa di sostenere una prima ondata di emigrazione ebraica.
Poco più tardi anche il milionario ebreo tedesco Maurice De Hirsch apportò capitali per organizzare la colonizzazione fondando la “Palestine Jerwish Colonization Association” che si dedicò da subito all’acquisto di terre. Fondò un’impresa di elettricità, una cementifera e una per l’estrazione del sale formando il nucleo iniziale della futura industria sionista e acquistò dagli arabi il Muro del Pianto a Gerusalemme.
Ma il sionismo potè a tutti gli effetti trasformarsi in movimento politico reale solo inserendosi nella logica dell’espansione coloniale ed industriale delle grandi potenze europee. Nel 1896 fu pubblicato a Vienna “Lo Stato ebraico”, testo fondamentale politico sionista, scritto dall’intellettuale ungherese Teodoro Herzl, fondatore del movimento politico sionista. La chiarezza di intenti sul futuro ruolo dello stato ebraico era brutale :
<< se sua maestà il Sultano ci desse la Palestina, noi potremmo farci carico di regolare completamente le finanze della Turchia (gli ottomani controllavano la Palestina dal 1517 fino al 1917 quando passò agli inglesi ed ora si trovava indebitata fino al collo). Per l’Europa, saremo un baluardo contro l’Asia, saremmo una sentinella avanzata della civiltà contro la barbarie. Come stato neutrale manterremmo rapporti costanti con tutta l’Europa che dovrebbe garantire la nostra esistenza >>. Il sultano, nonostante la proposta allettante, rifiutò la richiesta. Nell’agosto del 1897 a Basilea, si tenne il primo congresso mondiale sionista che diede vita alla “World Zionist Organization” la cui missione era la << creazione in Palestina di una sede nazionale per il popolo ebraico garantita dal diritto pubblico >> cioè uno stato.
Il programma sionista, condensato dalla frase di Herzl <<una terra senza popolo per un popolo senza terra >> adottava sostanzialmente la visione colonialistica fino ad allora adottata dai paesi colonialisti europei, la logica cioè della “terra nullis” e delle tribù barbare. Herzl teneva così poco conto della popolazione araba della Palestina che nei suoi diari annotava <<gli arabi potrebbero essere usati nel prosciugamento delle paludi >> e << la popolazione araba sarebbe giusto adatta per servire i bisogni coloniali degli ebrei >> oppure << quando occuperemo le terre (…) dovremo espropriare gentilmente la proprietà privata negli stati che ci saranno affidati. Dovremo sforzarci di espellere le popolazioni povere dall’altro lato della frontiera, cercando per loro un lavoro nei paesi di transito e negando loro qualsiasi lavoro nel nostro paese…>> .
In un primo momento la proposta sionista suscitò poche attenzioni nella diaspora ebraica, sia nella parte più riformista, favorevole all'integrazione degli ebrei nei paesi di appartenenza, sia in quella religiosa (che trovava blasfema la proposta), sia, infine, in quegli ebrei che, pur convenendo sulla necessità di uno stato ebraico, ne individuavano la sede in altri luoghi (Stati Uniti, Sudamerica, Africa, Madagascar). Infatti, fino al 1914 la colonizzazione fece pochi passi avanti, crebbe lentamente fino a costituire l’8% della popolazione riuscendo ad entrare in possesso solo del 2,5% della terra.
La grande guerra mutò radicalmente i termini della situazione.
LA DICHIARAZIONE DI BALFOUR
In questo nuovo contesto, Herbert Samuel (membro ebreo del governo inglese) e il ministro degli esteri inglese Edward Grey suggerirono una formula per cui Francia e Russia si impegnavano a tenere in considerazione il popolo ebraico nella nuova terra di Palestina. Se alla diplomazia russa bastava avere le garanzie di piena libertà per le loro istituzioni ortodosse, con la Francia gli inglesi dovettero arrivare ad accordi più “concreti” che presero il nome di “Dichiarazione di Balfour” dove, oltre alla spartizione dell’impero ottomano, si riconoscevano << i diritti della rinascita di una nazionalità ebraica in Palestina sotto la protezione degli alleati >>. Ma si tralasciarono indicazioni sul futuro statuto e sui limiti della regione che avrebbe dovuto accogliere “il focolare”, limiti affidati ai rapporti di forza sul campo.
E’ interessante notare come la sopraccitata dichiarazione di principio non venne indirizzata a rappresentanti politici del sionismo ma al maggiore esponente del capitalismo sionista, lord Rothschild. Come ha detto lo scrittore tedesco Arthur Koestler, fu << una promessa con cui una nazione ha dato a un’altra nazione un territorio appartenente ad una terza nazione >>.
Il significato politico era l’inclusione definitiva ed esplicita del progetto per uno stato ebraico in Palestina nei piani dell’imperialismo inglese. Gli arabi non ne seppero nulla ed erano rimasti alle “segrete” promesse fatte dagli inglesi su un futuro, quanto improbabile, stato arabo. Le alte sfere dirigenziali inglesi erano perfettamente al corrente delle conseguenze che questa nuova scelta comportava.
A guerra finita, il comandante delle truppe inglesi in Palestina consigliò al primo ministro che << non è possibile essere amici degli ebrei e degli arabi nello stesso tempo. Sono dell’avviso che dobbiamo concedere la nostra amicizia solo agli ebrei >>. Fra i sionisti, alla fine della grande guerra, c’era chi ipotizzava il trasferimento di circa 10 milioni di ebrei, più o meno tutti gli ebrei del mondo.
Il progetto sionista era basato su una occupazione graduale del territorio, su negoziati politici ai più alti livelli per ottenere appoggi internazionali necessari, grande raccolta di mezzi finanziari e una precisa valutazione del momento politico propizio per l’atto finale.
Fu una vera e propria impresa industriale su scala mondiale, dotata di una gamma di organismi capaci d’agire ovunque e in ogni settore, dalla “World Zionist Organization” alla “Zionist Federation” come organismi politici, al “Jewish Colonial Trust” come banca per l’acquisto di terre che diventerà poi la banca nazionale d’Israele, alla “Palestine Land Development Company” che centralizzava il reperimento delle terre e ne coordinava l’uso strategico, al “Jewish National Fund” che amministrava i contributi volontari degli ebrei di tutto il mondo, alla “Jewish Agency” che organizzava il flusso degli immigrati, all’”Haganah”, l’organizzazione paramilitare che diventerà l’esercito d’Israele.

ETA’ MEDIEVALE E MODERNA
Nell’Europa cristiana, gli ebrei furono colpiti da pregiudizi come presunto popolo “deicida” e da varie discriminazioni sociali e politiche, come il divieto di possedere terreni e partecipare alle corporazioni. Così molti ebrei furono spinti verso attività finanziarie e verso il prestito su interesse, vietato ai cristiani, da cui derivò la tradizionale quanto pregiudiziale accusa di popolo dedito all’usura.
L’intolleranza nei confronti degli ebrei aumentò divenendo più feroce nel periodo delle crociate (sec. XI-XIII) con numerosi e barbari massacri, fino ad arrivare all’isolamento istituzionalizzato entro le città in appositi “ghetti” come stabilì nel 1215 il IV concilio lateranense.
Ma le persecuzioni e le espulsioni continuarono ancora: in Inghilterra nel 1290, in Germania nel 1347-1354 e in Francia nel 1306-1394. Particolarmente dure furono le persecuzioni dell’inquisizione spagnola, culminata con il bando dalla Spagna nel 1492, esteso anche nel 1496 agli ebrei convertiti (marrani). Gli espulsi dalla Spagna facenti parte della corrente dei Sefarditi, uno dei due principali gruppi ebraici siti in Spagna e in Africa settentrionale e identificabili, a differenza degli Ashkenaziti, nelle classi medio-basse, si stabilirono soprattutto in Olanda, Turchia, Nordafrica, Italia e i Balcani.
Quelli fuggiti dalla Germania, gli Ashkenaziti, l’altro principale gruppo ma molto più numeroso e presente maggiormente nell’Europa del nord, centrale ed orientale, trovarono rifugio soprattutto in Polonia, Russia ed Ungheria, dove si concentrarono le più numerose minoranze ebraiche d’Europa. Nel XVIII sec. il diffondersi dell’illuminismo e poi la rivoluzione francese, portarono all’eliminazione dei ghetti e delle discriminazione giuridiche contro gli ebrei, integrandoli così in quanto tali nelle diverse nazioni anche se rimase vivo un consistente “antisemitismo” razziale e sociale sostenuto più o meno vistosamente dalle formazioni di destra.
Un’eccezione fu rappresentata dalla Russia dove le comunità ebraiche furono oggetto di persecuzioni durissime nel 1881, i famosi Pogrom (devastazione) scatenati in seguito all’assassinio dello zar Alessandro II addebitato agli stessi ebrei, con i cosacchi che massacrarono più di 100.000 ebrei in Ucraina e ancora nel 1903 quando furono vittime di numerosi altri pogrom. Un periodo in cui migliaia di ebrei furono massacrati e le loro proprietà saccheggiate e distrutte.
Questi pogrom sembravano reazioni spontanee di cristiani indignati dalle pratiche religiose ebraiche, come per il supposto rito dell’assassinio di bambini cristiani in occasione della pasqua ebraica. Ma dai documenti poi visionati risulta con chiarezza che i pogrom furono organizzati dal governo zarista per incanalare il malcontento dei lavoratori salariati e dei contadini dovuto alle precarie condizioni economiche e politiche, deviandolo sull’intolleranza religiosa e sull’odio etnico con l’aiuto delle “armate bianche”, forze militari zariste contro-rivoluzionarie in contrapposizione con l’armata rossa.
COSA CAMBIA LA STORIA
Fin qui ho descritto in breve la “storia antica” del popolo ebraico, una storia che agli inizi del 1900, inizierà a cambiare grazie a tre nuovi fattori sopraggiunti nel panorama internazionale: la scoperta del petrolio, il conseguente interesse strategico nei confronti del medio-oriente e la nascita del sionismo.
PETROLIO E SIONISMO
All’inizio del 1800, la Palestina non era certamente una terra “vuota” : 600.000 arabi popolavano 20 città e 800 villaggi. Gli ebrei erano 24 volte meno numerosi degli arabi e vivevano concentrati in quattro città sacre, Gerusalemme, Hebron, Safad e Tiberiadi. Quello che oggi conosciamo come il problema palestinese semplicemente non esisteva. All’epoca gli ebrei erano si perseguitati ma nella cristiana Europa e non in Palestina. Il Sionismo, movimento politico per il ritorno degli ebrei alla mitica collina di Sion in Gerusalemme, non era ancora nato ma già le potenze colonizzatrici ipotizzavano di concentrare gli ebrei che vivevano in Europa in Palestina al servizio dei loro interessi.
La prima idea si ebbe nel corso della rivoluzione francese durante la preparazione della spedizione francese in Egitto. Poi l’idea fu ripresa dagli inglesi; infatti l’8 agosto del 1840 il Times di Londra informava che la diplomazia britannica vedeva nel ritorno degli ebrei in Palestina << il sistema più economico e sicuro per equipaggiare del necessario >> un territorio di importanza strategica.
L’apertura alla navigazione nel 1869 del canale di Suez, l’occupazione inglese dell’Egitto nel 1882 e le rivalità tra paesi imperialisti, diedero alla Palestina una nuova importanza nella regione, creando le condizioni materiali per la realizzazione del piano sionista di colonizzazione, dando inizio così alla tormentata storia della Palestina moderna.

Questa mia piccola ricerca nacque alcuni anni fa, dalla voglia di capire e di far capire come si è arrivati fino ai nostri giorni a quel grande e permanente problema che coinvolge e sconvolge milioni di persone nel mondo, arabi, europei, israeliani, la Palestina ed il suo popolo: il conflitto “israelo-palestinese” e la conseguente “questione palestinese”.
Nella realtà quello che il mondo deve fronteggiare, secondo la mia opinione, è fondamentalmente un problema artificiale, certamente arricchito da tinte pseudo-religiose ma creato dal nulla, inventato o se volete, studiato ad arte. Dico questo per il semplice fatto di non credere che dirigenti di grandi paesi europei e non, facciano errori non voluti e madornali nelle loro scelte a medio e lungo termine. Penso invece che facciano scelte mirate e quindi volute. Senza contare che ogni scelta nella storia ha una sua conseguenza, dove c’è oppressione ne consegue una inevitabile ribellione non per forza pacifica.
Spero quindi che l’esporre questa storia, non pervenuta ai più o solo in parte, aiuti a chiarire alcuni dei punti più oscuri a molti di noi e non mi faccia diventare agli occhi prevenuti di alcuni, l’antisemita che non sarò mai. La mia “ricerca” inizia giustamente dagli albori, gli albori del popolo ebraico.
Per ovvie ragioni ho suddiviso la mia ricerca in diverse parti che pubblicherò ogni due/tre giorni.
Per chi volesse consultare l'opuscolo intero può andare qua .

IN PRINCIPIO
Il popolo ebraico era una popolazione semitica (popoli abitanti in vaste zone del Medio Oriente, dell’Africa del nord e dell’Etiopia) composta da un insieme di tribù nomadi. Intorno al II millennio a.c. lasciarono le loro zone d’origine della Mesopotamia ed emigrarono, in fasi successive, diretti verso la Siria e la Palestina (terra di Canaan) e da lì verso l’Egitto intorno al XVIII secolo.
Nel XVI, gli ebrei vennero cacciati dagli egiziani che li vedevano come stranieri, complici di antichi invasori oltre che adoratori di altre divinità. Col passare del tempo la loro religione diveniva sempre più monoteista fino ad arrivare a quella del dio di Abramo, naturalmente in competizione e superiore a tutte le altre divinità. Questi attriti portarono alle prime dure persecuzioni che spinsero il popolo ebraico a una nuova peregrinazione: ci troviamo intorno alla metà del secolo XIII e la tradizione biblica vuole questa “emigrazione” guidata da Mosè.
Il patriarca portò la popolazione ebraica fuori dall’Egitto (esodo) fino all’insediamento in Palestina, dopo un lento e contrastato processo di sedentarietà (età dei Giudici) durato per oltre due secoli.
IL REGNO
Una volta avuto il controllo di quella che era considerata la “Terra Promessa”, intorno al 1000 a.c. le dodici tribù originarie si federarono tra di loro dando vita ad un regime monarchico abbastanza consolidato e portato ai massimi splendori di potenza dal secondo sovrano, Davide (inizi sec. X a.c.). Questo sconfisse prima i Filistei (popolazione della costa palestinese) e poi gli Aramei (popolazione presente dalla Palestina fino all’antica Siria), fissando in seguito la capitale del regno in Gerusalemme.
Il figlio, Salomone (961-922 a.c.), rafforzò molto il carattere teocratico del governo oltre ad aver fatto costruire in Gerusalemme il famoso tempio conosciuto col suo nome: il tempio di Salomone. Alla sua morte una ribellione delle tribù del nord portò alla scissione del paese in due stati, il regno di Giuda a sud rimasto fedele ai successori di Salomone ed il regno d’Israele a nord con la capitale a Samaria.
DECADENZA ED ESILIO
La causa di questo decadimento politico-sociale del regno di Salomone, come i loro stessi profeti ammonivano, stava nella forte commistione tra la religione di Abramo e il politeismo dei popoli vicini, fatto che andava a deteriorare i costumi e la fede degli ebrei. Ma la crisi non terminò certo qui. Infatti nel 722 a.c. il regno d’Israele fu conquistato dagli Assiri mentre il regno di Giuda fu abbattuto nel 587 a.c. dal re babilonese Nabucodonosor che, una volta distrutta Gerusalemme, deportò una grande fetta di popolazione ebraica in Mesopotamia (cattività babilonese).
L’esilio terminò quando il re persiano Ciro II concesse agli ebrei di far ritorno nella loro terra (538 a.c.). Ma il popolo ebraico si presentava ancora molto diviso, governato di fatto dalla casta religiosa e tutto ciò non permise agli ebrei di riconquistare l’indipendenza politica
rimanendo quindi sottomessi ora ai persiani, ora ai macedoni, fino ad arrivare ad essere coinvolti nei conflitti tra Seleucidi e Tolomei (macedoni) che insediarono molti ebrei nella città di Alessandria. Antioco IV Epifanie (re siriano) scatenò le persecuzioni religiose intorno al 175-164 a.c. provocando la rivolta dei Maccabei (famiglia-tribù ebraica) che alla fine ottennero una propria autonomia.
Le divisioni interne e la sete di potere tra “partiti religiosi” (sadducei, farisei, esseni) portò nel 63 a.c. all’intromissione dei romani guidati da Pompeo, chiamati in causa proprio da una fazione ebraica (Roma si era affacciata in Palestina ed in Egitto con le campagne di Marco Aurelio dal 58 a.c. al 56 a.c.). Roma impose il protettorato (63 a.c.) e portò al potere Erode I (37 a.c.) lasciando una certa autonomia alla casta religiosa ebraica.
Alla resistenza religiosa e armata animata dagli Zeloti, movimento politico-religioso ebraico fortemente anti-romano, Roma intervenne militarmente in modo molto pesante. Nel 70 d.c. Tito distrusse il tempio e in seguito ad una nuova rivolta, Gerusalemme venne praticamente rasa al suolo e gli ebrei allontanati dalla Palestina.
LA DIASPORA
Il divieto di permanenza nella terra palestinese imposto agli ebrei dai romani, segnò l’inizio della tristemente famosa Diaspora, la dispersione della stragrande maggioranza degli ebrei in tutto il mondo antico.
Numerosi esiliati trovarono riparo in Babilonia dove nel 500 si completò la scrittura del Talmud (raccolta di norme dottrinali e giuridiche rabbiniche), da lì si portarono in Persia e nelle regioni armoniche e del Caucaso; molte altre si stanziarono in Asia minore, nei Balcani ma soprattutto in Africa settentrionale per poi spingersi in Spagna. Nel corso dei secoli V-VI, gli imperatori cristiani (Costantino, Teodosio, Giustiniano) emanarono diverse leggi tendenti all’annullamento dei diritti civili e politici degli ebrei che invece videro migliorata la loro condizione con il dominio arabo (sotto i califfati arabi-musulmani di Omayyadi tra il 661 e il 750 d.c. e Abbasidi tra il 750 e il 1258 d.c.).

Poi fate voi.


Vik in Gaza
Vittorio Arrigoni
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Queste invece sono altre foto spedite per mail da Sameh A. Habeeb.
